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martedì 25 novembre 2014

Lontano, da qualche parte. Esattamente, al Roma3 Film Festival





La dualità che ha caratterizzato il lavoro di Carlo Quartucci e Carla Tatò non si è esaurita; la ritroviamo ancora qui, nella Sala Columbus del Roma3 Film Festival, nel lavoro proposto dal giovane regista Fabrizio Pompei, Lontano, da qualche parte…

Una donna bellissima. Ė amore e morte, seduttrice e sposa. Ė la guerra.

Uno studente, uomo appena fatto, poco più che bambino, assai meno di un eroe. Ė il soldato.

Dalla drammaturgia di Carla Arduini, Fabrizio Pompei ha raccontato il brutale incanto della guerra, della grande guerra, la Prima Guerra Mondiale; lo ha fatto procedendo per immagini, in quello che appare un raffinato esercizio di stile, attribuibile a un esteta prima ancora che a un regista.

Il conflitto mondiale irrompe e la guerra, maliarda, sardonica, irriverente, si presenta senza invito nella stanza dello studente e se lo porta via, all’inferno; lui la segue con la devozione dei suoi pochi anni, per ritrovarsi presto a capire di quale grande inganno è rimasto vittima.

Quello che Fabrizio Pompei ha voluto raccontare è stato questo, tutto quello che la ferocia e la barbarie del conflitto fagocita senza restituire nulla: nomi, storie, lettere, promesse. Le cose piccole, quelle che la Grande Storia non menziona; quelle che non finiscono nei libri, quelle che solo la scatola teatrale sa contenere e, all’occorrenza, mostrare.

 La guerra è terribile, proprio per questo devi amarla con tutto il cuore. Il dichiarato dualismo dello spettacolo si riflette nelle parole di Aldo Spahiu nei panni del soldato che si avvia al fronte, sulle note di Lilies in the Valley. Devi amarla perché l’hai scelta, perché lei ha scelto te, in un sinistro gioco delle parti dove chi soccombe muore senza possibilità di replica.

La guerra, nell’efficace interpretazione di Giulia Tomassi, si gioca la vita dell’uomo a testa o croce; persuasiva e suadente, trascina il soldato in un tango stentato sulle note di Carlos Di Sarli. Lo ammalia, lo consola, lo illude, lo mette di fronte a una gloria che non vale niente.

 L’efficacia delle forme decreta la buona riuscita di questa rappresentazione. Una fotografia ottima, resa da luci sapientemente dosate, raccoglie le suggestioni delle parole e ne restituisce fedele traduzione, rendendo giustizia all’arteficio del teatro.

La scenografia, curata dallo stesso regista, è, nella sua estrema semplicità, un portentoso gioco di scatole cinesi: pedane di legno che nascondono, chiudono, aprono alla vista una trincea, un triste muro del pianto, un orizzonte.

Barometro che avvalora e guida la forza degli eventi è la musica, da Jun Miyake ai Prodigy, dal Fado portoghese agli U2, passando per i Cranberries fino a De Andrè. Una carrellata di suggestioni che si convoglia nelle parole di The End: “ questa è la fine magnifico amico, né salvezza o sopresa. La fine”.

 Fabrizio Pompei non ha inventato niente, perché la guerra è sempre quella, sempre la stessa. Non ha fatto niente di nuovo, ha semplicemente raccontato una storia. Ma lo ha fatto benissimo.

 

Pamela Del Grosso

 Roma3 Film Festival

Sala Columbus
12 giugno 2013

Via delle Sette Chiese 101 d, Roma

 Interpreti: Aldo Spahiu e Giulia Tomassi
regia e scenografia: Fabrizio Pompei
drammaturgia e scelte musicali: Carla Arduini
costumi: Anna Volpi e Marina Vaccarelli
realizzazione scene: Francesco Margutti e Mirella Capannolo
realizzazione costumi: Antonella Martellacci
una produzione: L’Uovo Teatro Stabile di Innovazione Onlus


Il doppio del teatro che tutto contiene

Carlo Quartucci e Carla Tatò al  Roma3 Film Festival
 
 
 
Così poco ortodossi, avvezzi alla decontestualizzazione dell'ambiente in cui si muovono; irriverenti, di quella originalità che puzza ancora dell’odore buono della cantina. La cantina per antonomasia, cioè quella del Teatro classe 1960; quella degli esperimenti, della rivoluzione, dell’incertezza della meta e della convinzione delle idee, così stravaganti, necessarie e vitali.

Carlo Quartucci e Carla Tatò presentano al Roma3 Film Festival Suena Quijano nella città, una lunga dimostrazione di un sogno in fieri, un atelier del laboratorio di Arti Sceniche che ha coinvolto gli studenti dell’Università Roma Tre e che ha già calcato importanti palcoscenici della realtà romana, dal Teatro India al Teatro Argentina.

Un doppio sogno lo definisce Carlo Quartucci, il doppio del teatro che tutto contiene, il teatro come promulgatore di ogni cosa. Un luogo fisico, tangibile, materico, dove tutti sono attori, dallo scenografo allo spettatore, in una grande caotica contaminazione sovrapposta.

Lo spazio della Sala Columbus sembra quasi non riuscire ad arginare gli accadimenti che si susseguono in un andirivieni di voci e gesti; Giovanna Famulari al violoncello crea un tappeto musicale che scandisce il tempo di questa lucida follia.

Sul fondo scorrono le proiezioni di eventi passati: Suena Quijano al Teatro India, la costruzione dell’invisibilità alla Sinagoga di Ostia, un’intervista del 1968, Quartucci e Tatò all’opera con i fratelli Colombaioni.

Le parole dei più grandi cantastorie animano le azioni: Borges, Marlowe, Beckett. Accanto a loro la cantora per eccellenza, Carla Tatò, recita, legge, interpreta. Una Maga Circe non contemporanea, esattamente scolpita nella sua età granitica come le torri di pietra che declama; una Cassandra amplificata dentro la sua stessa portentosa voce.

Una scena che non è scena ma fucina di suono, gesto; lo sciabordio del mare nella parola della cantora è reale e riempie ogni dove.

 Gli studenti-attori corrono, leggono, suonano, si cimentano in esercizi di giocoleria, sperimentano equilibri; le maestranze si muovo nello spazio scenico allo stesso modo degli attori, riprendono e fotografano tutto. Si aggira fra di loro addirittura la donna monitor, una ragazza che filma ogni cosa per mezzo di una telecamera. Le immagini che cattura scorrono simultaneamente su uno schermo attaccato alla sua schiena, un marchingegno leonardesco che catalizza l’attenzione dello spettatore, sedotto e ammaliato da questa realtà filtrata.

Ne consegue una convergenza e una commistione di generi, tecniche e ruoli. Attorno a questi perni ruota l’interesse e l’attenzione di Quartucci e Tatò che, a tal proposito, hanno allestito questo caleidoscopico campo di ricerca, utilizzando la Pentesilea di Kleist come un faro nella notte, quella stessa Pentesilea che Kleist aveva immaginato in viaggio.

 Raimondo Guarino chiede provocatoriamente se tutto questo non sia, alla fine, solo arte impura o l’espressione dell’incontro-scontro fra tecnica e procedure ancestrali. Come Terenzio argomentò di fronte ai grammatici in difesa del proprio lavoro, così Carlo Quartucci risponde dicendo che si tratta semplicemente di contaminazione, che è di per sé una procedura impura in quanto violazione della matrice.

Una bellissima esortazione di Carla Tatò chiude l’incontro: “Abbandonate la drammaturgia dell’azione e anelate alla drammatizzazione del gesto e dell’immagine. Gli attori dovrebbero, come Enea, avere il coraggio di abbandonare la propria terra e andare, vivere, lavorare”.

 
Pamela Del Grosso

9 giugno 2013
ROMA3 FILM FESTIVAL, edizione 2013

Sala Columbus
Via delle Sette Chiese 101 d, Roma

giovedì 20 novembre 2014

Storia di un cortocircuito


L'ultimo appuntamento  dell'edizione 2013 Festival Teatri di Vetro  si è svolto alla Centrale Preneste, base operativa della compagnia Ruota Libera Teatro e di quelle che, a tutti gli effetti, tanto del teatro quanto della compagnia,  a partire dal 1991 ne sono le madri putative: Tiziana Lucattini e Marcella Tersigni.
 
 

Era necessario. Tutto. Era necessario esserci, ascoltare, cercare di capire, lasciarsi semplicemente attraversare. Gli eventi si sono succeduti, fluidi, dalle 17 alle 23, dalla presentazione del progetto fino alla fine della rappresentazione, fino a quel cerchio che ha trovato la sua degna chiusura.

Ad aprire l'incontro Roberta Nicolai, direttrice artistica del Festival, che in maniera visibilmente coinvolta ha rintracciato le fila e la genesi di Scarpette Rosse, opera premio EtiStregagatto 1992, del ventennale percorso di due donne, Lucattini e Tersigni, trovatesi improvvisamente orfane di padre artistico, sole,  apparentemente condannate alla disfatta dopo il traumatico distacco da Marco Baliani, colui che è stato pernio e riferimento della compagnia.

La Nicolai ha parlato di come il concetto di comunità artistica non sia più lo stesso, di come, già a partire dalle due ultime generazioni, il focus si sia nettamente e pericolosamente spostato sul teatro in quanto azienda;  al giorno d’oggi non esiste una comunità di padri che accolgono i figli, continua Roberta Nicolai, non c'è una comunità artistica in grado di accogliere perchè tutti sono impegnati ad esperire e ad esporre: siamo tutti senza padri .

E se è vero che Teatri di Vetro  è una comunità che crea un patto tra le generazioni, allora il senso che assume oggi Scarpette Rosse, esattamente ventuno anni dopo la sua prima scrittura, è indubbio: la continuità di intenti come valore e come insegnamento.

Desiderio di resistenza, di riscatto, di giustizia; il sogno tanto abusato di poter cambiare. Una nonna che muore, il senso della fuga del tempo e della caducità delle cose. Una favola di Andersen, Scarpette Rosse appunto, letta un giorno, per caso.

 E ancora: il 1991, l’anno della guerra del Golfo, l’anno in cui nelle televisione degli italiani scorrevano le immagini imbarazzanti dell’esercito straccione, gli iracheni che ripiegavano umiliati ed esausti. E poi il Papa che va in Brasile e riporta indietro le storie logore dei meninos de rua, gli orfani cenciosi dei bassifondi di Bogotà,  uno dei tanti segreti di Pulcinella di fronte al quale il mondo, da sempre, nicchia sornione.

Tutto questo ha cementato il sodalizio artistico fra le due attrici, Tiziana Lucattini e Marcella Tersigni , due Donne Selvagge  le definirebbe la scrittrice Clarissa Pinkola Estés.  Tutto questo ha fatto cortocircuito con la sensibilità artistica e l’urgenza di un palcoscenico. Ed è divenuto racconto.

Sottoforma di reading musicale le due artiste presentano una lettura di Scarpette Rosse potente e vibratile nella sua assolutà semplicità,  accompagnate sul palcoscenico dalle note del clarinetto di Gabriele Cohen .

In un dialogo  gonfio di riso amaro, Lucattini e Tersigni svelano la vicenda di Mammadera e Favilla, due ragazzine mai state bambine che tendono ad un mondo che non c’è, frutto della disperazione;  l’una punta decisamente a Sud, l’altra anela un paio di scarpette rosse, le scarpette rosse.

Mammadera  e Favilla favoleggiano col fare tipico dei bambini, affastellando ricordi, menzogne e desideri; loro però non sono due bambine qualsiasi, loro sono meninos de rua e l’innocenza non possono davvero permettersela.

 

Sul fondo, inaspettatamente, compare una proiezione di ventuno anni fa, Scarpette Rosse nella rappresentazione del 1992, Tiziana Lucattini e Marcella Tersigni nel 1992. Lo strappo emotivo è forte anche se il dolore portato in scena senza forme di pietismo,  a distanza di un ventennio, è sempre e comunque lo stesso.

Non sempre nella cinematografia e nel teatro vige questa lucidità e poterla rintracciare nella celebrazione di Scarpette Rosse, a suggello della chiusura di un Festival, è stato un autentico piacere.
 
 
 
Pamela Del Grosso
 
Centrale Preneste, Roma
Festival Teatri di Vetro, edizione 2013
2 Maggio 2013

Poco lontano da qui




Stiamo zitte , continuano a ripetersi le due attrici, ma la voce si impossessa del Teatro Palladium , la voce corale di un duo inaspettato , quello tra Chiara Guidi ed Ermanna Montanari. E’ la voce di qualcosa che è accaduto tanto tempo fa , di cui non si ha più memoria , di cui forse si crede che non sia necessario aver memoria , perchè la Storia non insegna.  Semmai, si ripete. E allora tanto vale restare qui , ad attendere gli eventi nell’apatia del non agire. Chiara Guidi ed Ermanna Montanari, però, non la pensano così ed allestiscono questo spettacolo , Poco lontano da qui , tanto evocativo quanto documentaristico , per affermare con coraggio che il sacrificio di uno vale e deve valere la memoria di cento.

Rosa Luxemburg è il centro del  loro lavoro; ne è stata l’ispirazione e ne è divenuta materia. Rivoluzionaria tedesca di origini polacche , assassinata dal regime nel 1919 , lasciò di se , oltre all’ardore in nome di un’idea , un importante carteggio , prodotto negli anni della militanza politica e durante il periodo della reclusione. Guidi e Montanari sono partite da lì per rendersi testimoni indirette di qualcosa che, forse, sentivano il bisogno di raccontare.

La scena è bianca e labirintica ; strutture in ferro disallineate reggono candidi teli di carta e di stoffa . Pochi altri oggetti,  una campana ed uno sgabello di legno.  La luce è fredda, funzionale, illumina ma non suggerisce; la fotografia è d’impatto, complice il suggestivo contrasto creato dal candore di sipari e mantegni e l’irruenza del ferro, il grigio, la ruggine.

In scena la potenza di due donne, prima che la potenza di due grandi attrici, ognuna col proprio ruolo assegnatole dagli eventi. Una dirige le azioni e guida le iniziative ; l’altra reagisce mossa da un’indole più mansueta , pronta a vestire i panni della martire. Una plasticità ricercata trasuda dai gesti , dalle espressioni, dagli abiti; non c’è nulla di casuale, nulla che non sia stato sapientemente scarificato.

Guidi ed Montanari sferrano un poderoso attacco al Potere in quanto entità che genera mostri e non concetto astratto e metafisico; lo fanno utilizzando e sperimentando la propria voce, modulata attarverso l’infinita scala delle possibilità che il suono offre.  Attraverso essa creano immagini ed atmosfere, riescono a dare al lavoro dei tempi giustissimi ed una profondità mai prolissa, anche evocando un Mejerchol’d fucilato prima che regista , anche passando per le impervie vie dei Quaderni russi di Igort , la lirica di Cechov , il manifesto di Kraus.

Il silenzio al quale le due grandi artiste auspicano è quello della riflessione e della cronaca.

Il sacrificio di uno , la memoria di cento.
 
 
Pamela Del Grosso
 
Teatro Palladium, Roma
29 aprile 2013
 

Disperazione e salotti borghesi


 
 
Salotto borghese. Bello il tavolo, importante, disposto al centro della piccola e intima stanza; belle le sedie attorno ad esso, comode. Luce soffusa, sguardi compìti e compiaciuti; movenze misurate e composte. Sta per arrivare, penso fra me e me, il tè arriverà a momenti. Poi mi rendo conto di dove sono e del perché sono capitata in quel posto. Sono a La Villetta, spazio adiacente al Teatro Palladium; sono qui, siamo qui, perché Ornella Bellucci presenta un audio documentario sulla tragedia Kater I Rades, carretta albanese affondata dalla Marina Militare Italiana, strage di Stato per cui dopo sedici anni non solo non ci sono ancora colpevoli, ma addirittura sono stati formulati giustificazioni, avalli garantiti in sede processuale, sgravi più o meno eclatanti di coscienza, responsabilità e colpe.

L’audio parte, a manovrare le attrezzature tecniche c’è Gianluca Stazi, che ha collaborato con la Bellucci per la digitalizzazione e la campionatura dei suoni e delle voci che stiamo per sentire. Una donna albanese parla, racconta di un figlio che in sogno le chiede di essere cercato, di non essere dimenticato; la indirizza verso un luogo freddo e buio, mamma, le dice,  io sono qui. Sentiamo la voce di un ragazzo che sulla Kater I Rades c’era davvero, sentiamo la voce di un sopravvissuto, di un miracolato, di una vittima ancora viva, perché restare illesi non significa uscirne indenni. E ancora, stralci di comunicazioni di bordo, stralci di interrogatori e deposizioni, una macabra cantilena di nomi che giacciono in fondo al mare; si sente lo sciabordìo dell’acqua contro la chiglia, il suono ferroso di quella che potrebbe essere un’àncora, una catena d’approdo, un gancio.

L’affondo emotivo è forte perché forte e penetrante è l’apporto emotivo della voce, della sola voce. Un esperimento che apprezzo, un tema che conoscevo appena e che sono contenta di aver approfondito. Il bilancio è positivo, mi porto via qualcosa di buono.

E invece accade qualcosa: la magia del compartecipato raccoglimento si rompe, l’equilibrio si spezza, siamo tutti di nuovo catapultati nel salotto borghese, il tintinnare delle stoviglie da tè, adesso, è quasi reale. I presenti danno il via ad una staffetta di domande fortemente contestualizzate, perniciose, pretestuose;  pensieri ricchi di contenuti pragmatici. Qualcuno ci tiene ad informare l’auditorio che con ogni probabilità, all’epoca dei fatti, non si trovava nemmeno in Italia! Mi chiedo in che misura questo possa interessarmi.

Si entra nel particolare, nel tecnicismo, si vuol sapere da Gianluca Stazi se lo sciabordìo del mare che abbiamo udito è un suono campionato o un effetto reale, come se verosimilmente le audio  interviste potessero essere state effettivamente realizzate su una carretta arrugginita e sbilenca affittata per l’occasione, così, giusto per affinare quel senso del tragico e del gotico che tanto ci piace.

L’agone tra i compiaciuti ospiti continua, qualcuno gira attorno al tavolo fotografando le fotografie poggiate sul tavolo bello ed importante, le fotografie che corroborano l’audio delle interviste, che immortalano il relitto della Kater I Rades.

 

Nella saletta è presente anche una ragazza albanese, figlia di una delle ottantuno vittime della tragedia; è un esempio di dignità, fatica a sillabare poche semplici parole non perché non parli l’italiano, piuttosto perché, dice,  è difficile se non impossibile parlare così analiticamente della vicenda. Sono vite, traumi insanabili, famiglie smembrate, colpevoli mai riconosciuti, corpi divenuti invisibili. Di tutto questo ne è stato fatto spettacolo elitario mascherato da inchiesta divulgativa senza troppo pudore.

L’apoteosi si raggiunge quando Ornella Bellucci, fregiata ed affermata giornalista professionista, spara a zero sulle interviste realizzate con l’ausilio del video,affermando che alcune confessioni non possono essere violentate con la veemenza di una telecamera. Uno degli insegnamenti più importanti de La Retorica di Aristotele cita che è un grossolano errore servirsi delle defezioni dell’avversario per avvalorare le proprie tesi o il proprio lavoro. Quando però le ragioni che muovono l’individuo sono deboli o fortemente attacabili, questo deprecabile comportamento si rende, ahimè, necessario.

 

Il buco nel mare e Ilva, c’era una rivolta sono gli altri due lavori che fanno parte, assieme a Kater I Rades, della trilogia documentaristica Racconti invisibili.

Mi auguro solo di non dover indossare l’abito lungo per assistere alla prossima performance.
 
 
Pamela Del Grosso
 
La Villetta, Roma
Festival Teatri di Vetro, edizione 2013
27 aprile 2013

 

Across Lightblack°


Opificio Telecom, Roma; quartier generale di Dynamis Teatro, almeno per oggi, giovedì 24 aprile, quarta giornata del Festival Teatri di Vetro.
 

Andrea De Magistris, fondatore e direttore artistico di Dynamis Teatro, è regista e coordinatore di quella che sembra essere una spedizione investigativa:  AcrossLightblack°,  squadre di adolescenti in giro per le strade di quattro grandi città, Milano, Ravenna, Roma e Napoli, chiamate ad intrufolarsi, leggere, nelle vite dei passanti con il tono scanzonato tipico dei sedici anni.  Sembrano  fidi collaboratori di un grande e potente oracolo  che si insinuano nel tran tran di traffico,  palazzi e frenesia per cogliere un barlume di colore, una piccola confessione strappata, un’emozione. Ad interagire con loro c’è Andrea De Magistris e la sua brigata multimediale: tutto è interattivo, tutto è connesso, tutto è qui ed ora; proiettati sui pannelli di fondo scorrono le immagini degli improbabili intervistati vittime degli eccentrici intervistatori e  le loro relative risposte.  Domande semplici, quelle a cui è più difficilie dare una risposta che possa essere contenuta nei pochi caratteri di un report text: qual’ è il tuo oggetto di felicità? La tua vità privata è privata di cosa? Qual è l’azione costantemente ripetuta nelle tue giornate?

Buona ed evocativa la scelta musicale che ricade su La vedova bianca degli Afterhours; forse un po’ didascalica ma completamente in linea con la performance  l’opzione Battiato Shock in my town.

Una maratoneta  corre una statica e sfiancante marcia di quarantadue minuti; parla con voce meccanica, sembra il risponditore automatico di un ente pubblico. Alla sua sinistra una lavagna su cui è scritto il manifesto di una guerra civile che rifiuta le convenzioni, gli imbrigliamenti, le differenze, l’isolamento; niente di avanguardistico ma sicuramente qualcosa che è in linea con lo spirito del Festival, con il motto io non ho paura, con le parole di Roberta Nicolai che auspica all’indagine a tutto campo, alla commistione di arti, mezzi e saperi, ad una visione totale e totalizzante del contemporaneo.

Il ritmo è costante, la giostra costruita per l’occasione è un meccanismo perfetto ed il messaggio è forte e chiaro: bisogna esserci. Affinchè tutto non scivoli via bisogna condividere, mostrare, fotografare, scrivere, pubblicare, raccontare; tutto compresso, sintetizzato all’interno di ingranaggi che corrono velocissimi, mai utilizzando più di centoventi caratteri, per carità. Ė una prospettiva sicuramente vera ma altrettanto sicuramente allarmante:  se non sei social,  di fatto non esisti. Aberrante. Terrificante. Contemporaneo.

La frotta di adolescenti-intervistatori irrompe nella sala, ostentando  tute bianche imbrattate di messaggi ed epitaffi più o meno superficiali e noi, pubblico diligente, dobbiamo leggere perché la contraddizione irrisolta trova in questo preciso snodo la sua sede: per combattere l’uso-abuso del social è necessario stay tuned.  Anche di riflesso, anche passivamente, non è importante.

Non c’è dignità senza visibilità; di contro, se la visibilità genera quel tipo di dignità, tanto meglio essere invisibili. Dynamis Teatro mette in circolo questa spirale concettuale giocando a manipolare l’ormai stanca ed abusata dicotomia essere-apparire; sempre attuale, sempre feconda, sempre la stessa.

Urgenza, si, senza dubbio. Di passare oltre.


Pamela Del Grosso

Opificio Telecom, Roma
Festival Teatri di Vetro edizione 2013
26 aprile 2013
 

Duramadre


Una fisicità possente quella di Licia Lanera, prestata ai panni della Madre, della Duramadre; Fibre Parallele firma un altro successo di pubblico e critica e si cimenta nel racconto di un micromondo atavico, il matriarcato della madre padrona.
 
 

Una scena siderale, dall'alto della sua macchina da cucito Duramadre tiranneggia la sua triste corte ,tre figli maschi nudi e devoti, bramosi e curiosi di vita ma perennemente castrati al piacere e al calore; Duramadre ha abortito la propria femminilità per volontà o costrinzione, l'ha rinchiusa in una gabbia insieme al quarto elemento della sua sciagurata prole, una figlia femmina prigioniera.

Forte  e voluto l’incessante richiamo a quel Sud dell’Italia che partorisce certe madri granitiche; forte nel colore asprigno del dialetto, forte nelle tinte scure degli abiti che la Madre veste e cuce, forte nel rumore del vento che sembra insinuarsi sulla scena attraverso certe imposte chiuse malamente, come davvero accade di sentire in certi pomeriggi d’estate, in quella terra di Puglia nel Sud del Sud dei Santi.

Il testo di Riccardo Spagnulo si inerpica su per le impervie vie di un dialetto orecchiabile e a tratti inventato; il dialetto sporca e da forma alle parole della Madre, fino a rendere la sensazione che quella sia l'unica lingua a lei possibile, con quell'incedere cantilenante, duro e sgraziato.

L'ultima fatica di Fibre Parallele arriva come una caleidoscopica celebrazione dell'universo donna:  la femminilità bistrattata, mortificata, resa crudele e dura come pietra, costretta a passare per le forche caudine della sofferenza che trasforma e trasfigura, capace di rendere anche il più vulnerabile degli esseri umani una belva sterile, una Duramadre.

E’ questo un lavoro poliedrico che si presta a molteplici interpretazioni, tutte plausibili, toccando certi nervi scoperti dell’abisso umano che spesso si fa fatica ad indagare, tanto nella realtà quanto sulla scena: il perché di certe personalità deviate, il perché dei rapporti malati, della morbosità dei legami di sangue, dell’amore materno che si incrina e diviene catena.

Nulla sembra essere stato affidato al caso della creazione, ogni incedere scenico appare frutto di una ricerca minuziosa, una sapiente commistione di suggestioni  che rimanda alle gigantesche figure di Bernarda Alba e della brechtiana Madre Courage, nonostante l’intento della prima ispirazione, come dichiara l’autore, affondi le sue radici ne La ginestra di Giacomo Leopardi. Intenzione difficilmente rintracciabile, se non del tutto sublimata.

 

Un finale troppo lirico annuncia che la speranza di assurgere a nuova vita esiste anche tra le pareti asfittiche di una casa prigione; rimane però da capire come l’abusata progenie affronterà il mondo al di là delle mura. Qualcosa, forse, ancor più crudele della Duramadre.
 
Pamela Del Grosso
Teatro Palladium, Roma
21 marzo 2013

Reality, Janina Turek in terza persona

Janina Turek, la donna che spiava se stessa, all’inizio dello spettacolo, sul palco, non c’è.
 
 
 
 
 
Non ci sono i suoi  748 quaderni, non c’è la sua ossessione, non c’è Cracovia, non c’è la densità della sua vicenda; ci sono invece due artisti che giocano a morire, un uomo ed una donna che hanno scelto una chiave di lettura che sorprende per raccontare ciò che di fatto non tradurranno, mantenendosi fedeli tanto a Reality, al testo di Szczygiel quanto alle intenzioni di Janina Turek. Daria Deflorian e Antonio Tagliarini si avventurano nell’eterno dilemma di ciò che possa considerarsi vero e cosa no, del pericolo sempre in agguato dell’esteriorità, della ricerca affannosa della naturalezza e, come i grandi Maestri della Ricerca Teatrale del Novecento, tentano di risalire all’origine della credibilità; lo fanno sperimentandosi in un metateatro senza retorica, tra serio e faceto. Janina Turek muore per strada colpita da infarto dopo aver passato un’intera esistenza ad annotare analiticamente la propria quotidianità, parlando di se stessa in terza persona, con quell’algida distanza che certe forme grammaticali sanno perfettamente rendere; mai un commento, mai una considerazione personale, mai la traccia di un’emozione. I due attori si interrogano reciprocamente rispetto alla qualità della caduta a terra, vogliono immortalare Janina mentre muore; argomentano a proposito della peculiarità del tonfo, dell’espressione del volto nel momento in cui il corpo giace sul marciapiede; agiscono con fare dissacratorio e clownesco, assumendosi il rischio e la responsabilità di trattare la morte con tanta leggerezza.

Non è che uno dimostra che sta per morire..muore. Le parole della Deflorian sanciscono un cambio di registro nella vicenda; la scena si sposta dal centro verso destra e poi verso sinistra, dove gli oggetti che raccontano Janina Turek parlano più di quanto saprebbe fare una magistrale drammaturgia: c’è il tavolo della cucina che ha sorretto tazze di caffè nero e gomiti, ci sono le sedie, le stoviglie dei pasti, c’è lo zerbino del portone nella via Parkova.

Durante un’intervista rilasciata tre anni fa in occasione della prima di Reality, Daria Deflorian disse che l’urgenza più grande nella creazione di questo lavoro era stata la necessità di trattenere il pensiero, il bisogno di esposizione a cui siamo non solo abituati ma condannati; questa urgenza si respira effettivamente per 50 minuti, un tempo relativamente breve dove non viene prostituita nessuna spettacolarizzazione, dove il ricordo di tanta sbalorditiva normalità viene celebrato con garbo e inconfutabile talento.
 
 
 
 
Pamela Del Grosso
 
Teatro Palladium, Roma
7 aprile 2013

Mercuzio non vuole morire


Non so cosa sia stato , quello che so è che ha funzionato.
 
 

Forse in carcere l’evasione data dal teatro ha il sapore , i colori , il suono che c’erano ieri sera al Palladium..non so darmi una spiegazione diversa rispetto alla sensazione provata , avvolgente come un manto , densa dall’inizio alla fine.

Mi capita di rado di poter applaudire , in teatro , negli ultimi tempi ; purtroppo , aggiungerei.

Colpa anche del proverbiale cinismo che mi caratterizza e che mi fa vedere cose e persone attraverso un filtro spesso ed inclemente , che passa in rassegna il micro ed il macro fino a farne poltiglia. La maggior parte delle volte , in mano , non mi resta nulla ; ieri sera , invece ,  mi sono alzata dalla poltrona con una bella manciata di crusca ed è stato un piacevole accadimento.

Credo e confido nel termometro oggettivo della mia soggettività , della mia capacità emozionale ed ho applaudito Mercuzio che non vuole morire addirittura alzandomi in piedi , attribuendo a questo piccolo e semplice rituale un grande valore celebrativo.

L’eccitazione era già presente nel foyer , ho avuto la sensazione di trovarmi nel bel mezzo di una  grande bagarre , colorata , immotivata e già a partire da quel momento qualcosa , forse , stava accadendo.

Un’euforia immotivata è bella in quanto tale o seducente in quanto ti attraversa senza che tu possa chiederti il perchè? Quell’atmosfera compartecipata e caotica risultava , nello stesso tempo , voluta ed orchestrata ma anche endogena e spontanea , incontenibile come qualcosa che non può avere argine semplicemente perchè ci si aspetta che non ne abbia. L’elemento della coralità che Punzo ha voluto e creato si snodava già a partire da lì , dal foyer , reso così anni 30 , così spumeggiante e nostalgico , dalla presenza delle  piccole ballerine bambine , mute , occhi sognanti , visibilmente sovraeccitate , perfette in quanto non ancora donne ma desiderio incarnato di femminilità , citando il Maestro Carmelo Bene!

Qualcuno mi aveva perentoriamente intimato di appendere al chiodo , almeno per una sera , schemi , diagrammi e complicate strutture interpretative..figli e figliastri dell’inculturazione , per intenderci! In realtà non è stato difficile in quanto ben poco c’era da capire dovendo ricorrere all’intelletto , a carta e penna.

Così , mentre mi capitava di sentirmi in balìa di tante enumerate cose buone , la mia mente cercava il ricordo dell’ultima volta in cui mi capitò di sentirmi così rapita e assorbita. Breve carrellata di ombre , di recente poco o nulla ; di colpo mi avvinghio forte ad un barlume che mi attraversa la mente : Teatro Capocroce , cinque anni fa , Giuliana Musso , Tanti saluti. La vita come miracolo o scontatezza , quelle cose che , retoricamente , assurgono a dignità solo nel momento del trapasso , il momento dei  quanto sono stata stupida , quanto tempo ho sprecato, potessi ancora , amerei di più. E poi i saluti , tanti , gli ultimi , a suggellare l’addio.

Non una messa in scena quella di Punzo , bensì una messa in opera ; dimensioni volutamente esagerate , ridondanza , voluttuosità , spasmo quasi carnale. E’ stato un privilegio poter vedere tutto , il lavoro che non è preparatorio ma diviene direttamente materiale scenico vivo e vero.

Punzo si è preso la non facile bega di far salire sul palco del Palladium tutti i Mercuzio che non vogliono morire , ognuno con la propria sacrosanta ragione , inoppugnabile , inattaccabile.

Chissà se in carcere l’avverbio “perchè” ha lo stesso senso che gli si attribuisce al di qua delle mura , al di qua della Fortezza?

Associo subito quel che vedo ad un gigantesco carillon , mia croce e mia delizia ; non so dove guardare , vorrei con lo sguardo poter fermare tutto in una sola , unica istantanea. Ma non si può , non si fa , non si deve.

Mi accoglie Mercuzio , il poeta , il filosofo , il sognatore ; si batte a duello , Tebaldo lo incalza. Mi guarda e mi racconta qualcosa a proposito di un sorriso ; mi fissa dritto negli occhi e perciò mi imbarazza..che sciocca.

L’opulenza della scena , così roboante , così materica , è sbalorditiva , soprattutto in relazione alla pochezza che ha attraversato quello stesso palcoscenico , pochi giorni prima.     

Un mefistofelico angelo di bianco vestito suona un pianoforte ; è una figura a me assai cara , ammaliante. Forse è solo la suggestione del Faust che sempre m’accompagna. E invece no , non mi sono ingannata! Punzo , aprendo le porte ai grandi reietti ed ai grandi tormentati della storia , accoglie anche Faust nelle parole di Ferdinando Pessoa :  “ se il pensare è un tormento , nessuno ha sofferto come te”. Ho un sussulto, penso sia giusto trovarmi lì.

L’angelo mefistofelico sembra avere un diverso strumento per ogni azione vitale , come se ogni anelito richiedesse una specifica modulazione musicale , unica ed irripetibile nel suo genere.

I miei occhi vedono una fenice dietro il pianoforte e mi piace l’idea , anche se il buon senso vorrebbe che quel fantoccio dietro il pianoforte fosse un fenicottero. Ma il buon senso è rimasto fuori  , in piazza , mi aspetta lì ; io sono sola , posso fare quello che voglio.

La fenice ben si sposa con l’angelo di Mefistofele , quella diavoleria del risorgere dalle proprie ceneri non è roba per tutti! A completare il mio micro quadro abitato dal pianista e dalla fenice , c’è la tela accanto al pianoforte , l’immagine di uno scheletro scanzonato e beffardo ; i miei occhi ingannatori ed ingannati mi dicono che è “La Morte” , la tredicesima carta dei Tarocchi , la “carta senza nome” che nell’arte divinatoria simboleggia trasformazione o termine , a seconda dei casi. Il tredicesimo arcano accanto ad una fenice che sorveglia , imperturbabile,lo sciorinare di un pianoforte.. Chissà in carcere per quali inferni passa la trasformazione , chissà se è lecito pensare alla fine , chissà che forma ha la rinascita..

Addirittura Stanislavskij si è affacciato alla mia mente ieri sera! E’ stato liberatorio non dover dar conto di nulla se non delle vibrazioni che ti passano accanto , sulla pelle ; mi accorgo che dovrei farlo più spesso.

Un giovanissimo Bulgakov entra nel Teatro d’Arte di Mosca e vede , incredulo , un attore sulla scena che declama una dichiarazione d’amore in bicicletta , pedalando come un forsennato ; un attimo dopo la bicicletta non c’è più , scompare dalla scena , e l’attore declama la stessa dichiarazione d’amore reggendo fra le mani un mazzo di fiori.

“Perchè?” domanda basito Bulgakov al Maestro Stanislavskij.

“Perchè la bicicletta , ora , è dentro di lui” risponde Stanislavsij , “l’attore ha acquisito il ritmo ed il tempo della bicicletta , ne conserva il senso e scarta l’esteriorità”.

E’ la verità della passione , è la rintracciabilità dell’ardore ; l’attore di Stanislavskij le interiorizza , l’uomo di Armando Punzo le mette in opera.

Avremmo forse visto lo stesso volto imperlato di sudore , l’espressione contrita e la voce rotta dall’affanno se l’attore mestierante avesse effettuato un lavoro a sottrarre ; probabilmente però Punzo non puntava ad un esercizio di stile ed ha scelto di mantenere la bieca umanità dell’artificio scenico non cesellato . E se buona norma avrebbe voluto che Mercuzio, pesante e pugnalato, esistesse solo nella mente tormentata di Otello , Punzo ce lo fa invece vedere così com’è , per quello che è. Imperfetto. Umano . Vero.

Chissà quanto dura una notte in cella , chissà cosa riecheggia, la notte , negli spazi del carcere di Volterra , nelle notti di tutti i carceri del mondo..?

“La mia notte non dura più di mezz’ora” recita , monologante , l’uomo grammofono; parla del sonno , parla dei sogni , che siano essi , davvero , l’unico momento di libertà , m da noi stessi?

Le tele cambiano , corrono , si mescolano , si alternano , scompaiono , tornano ; le immagini di una Volterra altèra e mistica la fanno da padrone , scomposte , spaccate , un cubismo artigianale.

I tanti clowns , psicologicamente inquietanti , si aggirano per e sulla scena , affaccendati e sornioni ; accendono in me l’analogia con il cigno , la sua proverbiale dualità , seduzione e terrore. Uno fra loro , volteggiando in un lettino di bimbo , fraseggia una sequela di “niente” : niente amore , niente perdono , niente per me , niente parodia , niente dolore , niente noia , niente domani.

Chissà che sapore ha il niente per chi ha perso così tanto da non poterne tener più conto? Chissà come cambia , in carcere , l’ordine piramidale che si attribuisce al valore delle cose?

Due acrobati si amano sul fondo della scena , appesi ad un gancio , sospesi a mezz’aria ; camminano sulla parete posticcia come su di un piano parallelo al mio , che i miei stupidi piedi li tengo ben ancorati a terra. La mia mente veloce veloce affastella , lesta, l’ennesima analogia ed io non stacco gli occhi da loro , dagli acrobati ; li guardo , rapita , catalizzano la mia attenzione di bambina. “Il cielo sopra Berlino” aleggia davanti ai miei occhi , il bianco e il nero degli acrobati si attaccano al ricordo del triste volo di Marion , povero angelo posticcio dalle ali di gallina.

“Davvero mi perdonate tutto?”  Lo dice qualcuno , sulla scena , e la frase mi spacca da dentro. Certo che ti perdoniamo tutto , siamo colpevoli tanto quanto te , solo che non ci hanno ancora scoperto , tu sei stato solo più sfortunato nella conta delle carte del destino. Siamo colpevoli per la tua colpa e perchè omettiamo la nostra , colpevoli e complici. Non lo vedi il sangue che sporca le nostre mani , il guanto carminio della vergogna?

Mi sento Mercuzio e Tebaldo all’unisono e mi gira la testa. Ma forse è solo l’aria densa.

Le tante Giulietta morte sono le Ophelia di  Millais che annega cantando ; la tela ,di fatto, in scena non c’è ma popola , sovente , i miei pensieri . E’ morte , dolore , innocenza , inverno.

L’uomo enigma ci ascolta con un orecchio gigante ; ascolta le nostre voci di dentro , quelle recondite , tutti i pensieri che restano giù in fondo al pozzo a marcire. L’uomo enigma ci intima di ascoltare , di ascoltare tutto , almeno per una volta , almeno fino a che il carrozzone resterà in scena.

Che rumore fanno i pensieri dietro le sbarre? D’istinto penso al sapore del ferro , al freddo , ad un suono metallico.

Punzo ci ha chiesto di portare un libro e tutti l’abbiamo tenuto in grembo per l’intera durata dello spettacolo , come una scolaresca diligente.

Cosa ci rappresenta? Cosa vorremmo parlasse di noi al nostro posto? Cosa vorremmo raccontare per il semplice piacere della condivisione? Cosa vorremmo rimanesse di noi , quale pagina eterna? Quali parole e quali immagini siamo , di quali parole e di quali immagini siamo figli? Di quali segni è figlio il nostro pensiero? Quali e quanti purgatori ci toccano ancora , per noi al di qua della Fortezza? Perchè Mercuzio non vuole morire?

L’istrione Punzo , o chi per lui , ha creato l’aspettativa e ha fatto si che questa si sciogliesse nell’aspettativa stessa , così da rendere ognuno consapevole del senso attribuito al proprio guanto , al proprio libro.

Punzo ha chiesto inoltre di portare una valigia vuota ; i più fortunati se la saranno riportata via stracolma. Io la valigia non ce l’avevo ; avevo solo la pelle , credo però mi sia bastata.

Sul finire dello spettacolo , un anatema è volato giù dalla galleria , scagliandosi sulla platea e su tutto il roboante circo . “Io non ho sentito niente , voglio indietro i miei soldi!” ha urlato a voce piena quella che credo fosse una signora; incasello , veloce , una serie di considerazioni : ci reputiamo davvero così anticonformisti ed alternativi per giudicarci pronti ad uno spettacolo come questo? Il teatro di parola , così duro a morire , deve davvero morire?

Cara signora , il tuo biglietto sarebbe davvero valso i soldi che hai speso se solo ti fossi disimpegnata un attimo dal voler cogliere il senso e ti fossi lasciata attraversare e schiaffeggiare dalla sensazione.


Pamela Del Grosso

Teatro Palladium, Roma
5 marzo 2013